Su ali d' aquila
 


 Novembre 2007

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      La Parola scelta per il nostro Cenacolo di questo mese è stato il Vangelo di Marco capitolo 15, 33-41: La morte di Gesù.

Gesù in croce grida con voce forte: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”
Nessuna risposta a questo “perché”, ma solo il silenzio di Dio.
La risposta al dolore è il silenzio, un silenzio che diventa ascolto della volontà di Dio, di una volontà spesso incomprensibile, inimmaginabile, impensabile.
Il silenzio di Dio per suo figlio, diventa il silenzio per noi quando davanti al dolore ci domandiamo il perché.
Questo passo del vangelo ci insegna a non aspettarci una risposta al perché davanti al dolore, né tanto meno ad avere una risposta pronta da dare agli altri quando soffrono.
Ci comporteremmo come gli amici di Giobbe che pretendono di conoscere il perché del suo dolore, il perché Dio stia permettendo tanta sofferenza nella sua vita. Alla fine sappiamo che Dio non gradisce le spiegazioni di questi amici, ma elogia il suo servo Giobbe, che pur imprecando nel suo dolore, non viene meno alla fedeltà nei confronti di Dio.
Gesù sulla croce fa sue le parole del Salmo 22. Questo salmo unisce la sofferenza alla speranza del giusto. Dice infatti ”Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Tu sei lontano dalla mia salvezza, sono le parole del mio lamento.
Dio mio, invoco di giorno e non rispondi, grido di notte e non trovo riposo.
Eppure in te hanno sperato i nostri padri, hanno sperato e tu li hai liberati; a te gridarono e furono salvati, sperando in te non rimasero delusi.
Sei tu che mi hai tratto dal grembo, mi hai fatto riposare sul petto di mia madre.
Ed io vivrò per lui.”
Quando gridiamo nel nostro dolore perché siamo “in croce”, “sotto la croce” tanti “centurioni romani”, tanti increduli faranno la loro professione di fede: Dio c’è, Dio esiste. E questo perché il nostro grido, nonostante tutto, è pieno di speranza nella risurrezione. Nel nostro grido c’è quel Dio che ha fatto uscire anche noi dal grembo di nostra madre e che ci farà vivere per sempre.
Quel Dio che sembra non rispondere al nostro grido di dolore, accoglierà il nostro spirito.
Alle tre del pomeriggio Gesù consegna al Padre il suo spirito. L’ora nona, l’ora della misericordia. Il nostro grido è l’ora in cui sperimentiamo l’abbandono, ma anche la presenza di Dio nella nostra vita. L’ora del nostro grido è l’ora in cui sangue e acqua scendono sul mondo, su fratelli e sorelle lontani da Dio. E’ l’ora in cui avvengono conversioni, in cui la grazia, come un fiume, bagna i cuori induriti e aridi e li porta a dire: "Abba’, Padre!".
“Il centurione, vistolo spirare in quel modo, disse: “veramente quest’uomo era figlio di Dio!”.
Sembra assurdo: questa conversione non avviene davanti ad un Gesù che compie miracoli, guarigioni, prodigi, ma davanti ad un uomo che muore in croce, come un ladro!
Tante volte non sono le cose belle che facciamo a portare gli altri a Dio, bensì la nostra sofferenza, il nostro dolore, quando ci sembra di non fare niente. E’ allora che stiamo facendo molto e di più.
Il nostro modo di “stare crocifissi” è il più grande annuncio del vangelo di Gesù Cristo.

Sul tavolo del nostro Cenacolo, come sempre, degli oggetti ci hanno aiutato a rendere ancora più visibile la Parola.
Questa volta Lucia e Massimo hanno posto un crocifisso e una immagine di Gesù misericordioso: morte e risurrezione, il mistero pasquale. Meditare sulla morte in croce di Gesù, non deve farci perdere di vista la risurrezione.
Il salmo 22 si conclude con le parole:”ed io vivrò per lui!”. La nostra sofferenza è vivibile perché nella nostra vita abbiamo accolto Gesù Cristo. Risorgeremo dopo la nostra morte perché è risorto Gesù, Lui è la primizia della risurrezione.
Al termine del Cenacolo, Lucia ha donato agli amici che hanno pregato insieme, un cartoncino rosso a forma di goccia (una goccia di sangue), con le parole del salmo: ”le mie lacrime nell’otre tuo raccogli, Signore”.
Sì, il nostro dolore non va perduto. Dio lo raccoglie nel suo cuore di Padre-Madre.
La nostra sofferenza, “il nostro sangue”, non è inutile, senza guadagno, senza ricompensa, come non lo è stato quello di Gesù.
Ci siamo immaginati che sia Maria, la Madre di Gesù, a “raccogliere” il nostro dolore, ricordando l’immagine del film “La Passione”, dove lei raccoglie il sangue di suo Figlio, con lini candidi, nel luogo dove Gesù era stato flagellato.