Su ali d' aquila
 


 Agosto 2011

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 Matteo 10, 1-15.

I dodici Apostoli.

   

Gesù invia i Dodici dopo aver dato loro queste istruzioni:

Non andate fra gente straniera
Non entrate in una città di Samaritani
Rivolgetevi alle pecore disperse della casa d’Israele
Predicate dicendo: è vicino il regno dei cieli
Guarite i malati
Risuscitate i morti
Sanate i lebbrosi
Scacciate i demoni
Date gratuitamente
Non procuratevi monete d’oro, d’argento o di rame da portare con voi
Non prendete borse per il viaggio, né un vestito di ricambio, né sandali e neppure un bastone
Entrate in città e restate presso una persona adatta ad ospitarvi
Date il saluto entrando in una casa e se non vogliono ascoltare le vostre parole, uscite da quella casa e scuotete la polvere dai vostri piedi.

La prima predicazione deve essere fatta tra le persone a noi più vicine, nel nostro contesto familiare. E’ inutile andare tra gente “straniera” e dimenticare che il nostro prossimo sono quelli di casa.
Rivolgiamo la nostra missione alle pecore disperse di casa nostra.
E cosa dire? Semplicemente che il regno dei cieli è vicino. E’ accanto a te, vicino a te, dentro di te. Non cercarlo lontano perché non lo troveresti.
Guarire i malati, non semplicemente aiutare ad elaborare eventi dolorosi che hanno portato la persona ad ammalarsi, bensì guarire la persona, farla risorgere dalla morte di un lutto, di una malattia, di un distacco.
Dare vita, essere samaritani di speranza per tanti fratelli incappati nei briganti delle vicende dolorose della vita, percossi, derubati, lasciati mezzi morti lungo la strada. Diventare donatori di vita: avvicinandoci a loro, versando sulle loro ferite consolazione e speranza, farci un pò carico del loro patibolo…
I lebbrosi vivevano fuori dalla città, lontano da tutti, nessuno poteva toccarli, avvicinarsi a loro.
Ecco, Gesù ci invita ad avvicinarci a loro senza paura e a guarirli prima di tutto dalla malattia che si chiama isolamento e disprezzo.
Il nostro farci vicino e fermarci davanti al loro dolore, il provare compassione è la guarigione più grande che possiamo regalare loro.
Diventiamo Francesco d’Assisi che arriva a baciare il lebbroso, quello che gli faceva schifo.
Liberare tanti fratelli dalla schiavitù di satana. Chi è oggi il demonio?
Il piacere, l’avere, il sesso. I tre volti di satana. Da questa schiavitù dobbiamo liberare tante persone.
Dare, donare, elargire con generosità. Non essere avari. C’è più gioia nel dare che nel ricevere. Quello che si dona si moltiplica.
Il nostro apostolato non consiste nell’avere oro e argento, ma nel possedere Gesù. Solo nel suo nome possiamo dire: alzati e cammina!, non certamente invocando l’oro e l’argento.

Borsa, vestito, sandali e bastone. Per il viaggio che compiamo per evangelizzare non occorrono tante cose. Possiamo partire senza bagaglio, senza una tunica di ricambio, né sandali, né bastone.
E’ il nostro modo di essere, la nostra persona che evangelizza; è la nostra modalità, il nostro modo di rapportarci con gli altri.
Il popolo nel deserto non ha avuto bisogno di tunica e di sandali, perché Dio ha provveduto a lui per quarant’anni. Dio è stato difesa(bastone) e riserva(borsa), luce di notte, riparo di giorno, manna, carne, acqua.
Cercare chi è generoso e ospitale come punto di riferimento della missione.
Evangelizziamo con la consapevolezza di essere responsabili della proposta del messaggio evangelico, non della risposta che gli altri danno.
“Se non accolgono voi, non accolgono me”, ha detto Gesù. Dunque non dobbiamo essere delusi più di tanto, non dobbiamo avere rimorsi, sensi di colpa, rimpianti; dobbiamo rimanere nella pace: quella che avevamo dato entrando nella casa e che è stata rifiutata, deve rimanere in noi.
Liberiamoci da ciò che ci può ricordare quella sofferenza e andiamo avanti.

Dunque prendiamo queste istruzioni e ricordiamo che sono istruzioni “per l’uso”, inviti da mettere in pratica. Solo così potremo compiere la nostra missione, quel mandato grande, immenso che Gesù ogni giorno ci rivolge, “và, prendi il largo e getta la rete!”
Alleluia, fratello!